Ogni inizio d’anno ha il suo sapore. Non sempre è mezzanotte e spumante: a volte è una ciotola di noodles, un chicco rotondo, un pane condiviso. In questi piccoli gesti di cucina, i popoli ripassano i desideri: fortuna, continuità, coraggio per il tempo che arriva.
Il mondo non apre il calendario con un solo rintocco. Lo fa con una costellazione di riti gastronomici che tesse epoche e fusi orari. Alcuni seguono il 1° gennaio. Altri inseguono lune e stagioni. Il risultato è lo stesso: una tavola che prova a parlarsi di futuro.
La Spagna affida la sorte a dodici acini di uva. Uno per ogni rintocco. È una pratica attestata da fine Ottocento; l’ipotesi del surplus del 1909 è plausibile ma non è certa. In Giappone, la sera del 31 dicembre, si mangia la toshikoshi soba. Il taglio netto dei noodles promette di chiudere i debiti dell’anno e allungare la vita. Nel Sud degli Stati Uniti il piatto è l’Hoppin’ John: black-eyed peas per la ricchezza, collard greens per il denaro, cornbread per l’oro. Qui contano colori e forme.
In Italia si scelgono lenticchie e cotechino. Le lenticchie somigliano a piccole monete. Il messaggio è chiaro: prosperità e lavoro. In Brasile e in Portogallo le lenticchie compaiono allo stesso modo, spesso con riso. Nelle Filippine la regola è la rotondità: dodici frutti tondi sul tavolo, uno per mese, e perfino abiti a pois come augurio di prosperità.
In Cina settentrionale i jiaozi inaugurano il Capodanno lunare. La loro forma ricorda i lingotti d’argento. Nella Grecia del 1° gennaio si taglia la vasilopita, la torta con una moneta nascosta: chi la trova avrà un anno favorevole. Nell’Etiopia del Corno d’Africa, durante Enkutatash (settembre), molte famiglie condividono un grande pane rotondo, il dabo, accanto a injera e doro wat; le pratiche variano e non esiste un piatto unico canonico per ogni comunità. E poi c’è Rosh Hashanah, l’Anno Nuovo ebraico: mela e miele per una dolcezza che non è metafora, ma progetto.
La prima volta che ho contato le dodici uve a Puerta del Sol ho capito che il cibo può dettare il ritmo del cuore. Dodici secondi, dodici morsi, un respiro trattenuto. In una cucina di Kyoto ho visto invece la soba scivolare veloce nella ciotola, come a dire: lascio andare ciò che pesa.
La logica è più antica dei fuochi d’artificio. Le forme parlano. Rotondo come il ciclo, lungo come la vita, brillante come una moneta. Gli ingredienti parlano. Legumi umili che diventano promessa di abbondanza. Dato verificabile: la lenticchia è tra i primi legumi coltivati e resiste ai terreni difficili; non stupisce che sia diventata simbolo di sicurezza materiale. Anche i numeri contano: 7 onde saltate in Brasile, 12 acini in Spagna, 1 moneta nella torta greca. Matematica emotiva.
Non tutto si lascia fissare in una data. Molte origini restano orali, stratificate, discusse. Quando la prova manca, meglio dirlo: la storia delle “12 uve del 1909” è raccontata spesso, ma senza conferme definitive. Eppure l’uso persiste perché funziona come rito, non come nota a piè di pagina.
La domanda allora scivola nel piatto: quest’anno, quale gesto vogliamo scegliere? Un noodle da spezzare, una lenticchia da contare, un frutto tondo da tenere in tasca? Forse la fortuna è anche questo: decidere insieme un piccolo segno, e poi crederci abbastanza da renderlo vero.
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