L’Italia: il Paese dove l’alcol costa meno in Europa, seguita da Germania e Austria

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Un bicchiere al banco racconta più di un listino: dietro l’idea di un “buon prezzo” c’è una geografia di abitudini, tasse e strade del gusto. In Italia quel racconto scorre veloce: la bottiglia giusta è a portata di mano, e il conto spesso sorprende in positivo.

Un viaggio tra i prezzi dell’alcol

Entro in un bar di provincia. Il banco è lucido, la lavagna segna il vino del giorno. Chiedo un calice. Pago poco, ricevo molto: profumo, compagnia, tempo. Poi, in viaggio, scopro un’altra Europa. Stesso calice, altra cifra. È qui che capisci che i prezzi dell’alcol non sono mai solo numeri.

La trama delle accise e delle tasse

Dietro c’è la trama delle accise, delle tasse, della logistica. Contano le filiere corte, la forza dei supermercati, la presenza dei bar di quartiere. Influisce il costo della vita, il peso degli affitti, il salario medio. E contano gli stili: il modello Mediterraneo della tavola contro il ritmo del Nord Europa.

Cosa c’è dietro ai prezzi

Le politiche fiscali spiegano molto. Dove le accise sono alte, una birra costa subito di più, in negozio e al pub. Dove sono più leggere e la rete distributiva è efficiente, il listino scende.

La produzione e il canale di vendita

La produzione fa il resto. In Italia, il tessuto di cantine e birrifici, tra cooperative e aziende familiari, riduce i passaggi. Una bottiglia entry-level di vino in gdo si trova spesso tra 3 e 5 euro, una mezza litro di birra tra 1 e 1,50. Le cifre variano per area e brand, ma il quadro è stabile.

Il canale incide. Al banco, l’affitto e il servizio pesano. Nelle grandi città italiane un calice base sta spesso tra 6 e 8 euro; in provincia scende. In molte capitali nordeuropee la stessa esperienza supera con facilità la doppia cifra.

Il confronto a livello UE

Arriviamo al punto. Secondo gli ultimi indicatori a livello UE, l’Italia registra prezzi di vino, birra e liquori inferiori di circa il 19% alla media dell’Unione. È un primato che dialoga con la nostra cultura gastronomica e con un mercato maturo. La stessa rilevazione colloca Germania e Austria tra i Paesi più convenienti subito dopo. All’estremo opposto, la Finlandia tocca livelli intorno al +110% sulla media, spinta da accise elevate e da un modello di distribuzione più rigido.

Turismo, filiera e consumo responsabile

Prezzi più bassi attirano. Il turista lo nota quando ordina un tagliere e un calice in una piazza qualsiasi. Anche l’export di esperienze aiuta: una trattoria che propone una carta snella ma curata, un’enoteca di quartiere che racconta i territori. Sono segnali di un ecosistema vivo, in cui il valore si crea vicini a casa.

Non dimentico un punto: prezzi accessibili non sono un invito agli eccessi. Il consumo responsabile resta la metrica decisiva. La qualità vince sulla quantità. Un bicchiere ben scelto, nel contesto giusto, vale più di due presi di corsa.

Quanto siamo disposti a pagare?

Alla fine, la domanda resta aperta: quanto siamo disposti a pagare per un gesto di convivialità ben fatto? Io penso a un tavolo all’aperto, al rumore dei piatti, alla luce che si allunga. In quel momento il prezzo è un dettaglio; ciò che resta è la misura del tempo che ci concediamo.

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