Un bicchiere racconta più di un’etichetta: in Veneto, tra nebbie leggere e capannoni d’officina, un distillato italiano ha convinto una giuria internazionale. Non è un colpo di fortuna: è il segno che il nostro whisky è uscito dalla nicchia e cammina con passo sicuro.
Parli di whisky e pensi a colline scozzesi e a torbiere infinite. Poi entri in un bar di provincia, senti il bicchiere che tocca il banco, e capisci che c’è altro. Il Nordest ha testa dura e mani pratiche. Qui la pazienza conta, l’attesa conta, il dettaglio conta. È il terreno giusto per un distillato che non ammette scorciatoie.
Il Veneto aveva già una voce nel mondo dei distillati. La grappa ha fatto scuola. Ma da qualche anno un’altra pagina cresce in silenzio, botti dopo botti. Piccole produzioni, lotti misurati, un lessico essenziale. Il risultato? Un profilo pulito, nitido, riconoscibile. Non si rincorrono mode. Si costruisce uno stile.
E a un certo punto, inevitabile, arrivano gli sguardi da fuori. Le degustazioni pesano. I premi cambiano i giochi, o almeno li chiariscono.
Un premio che pesa
La rivista austriaca Falstaff, con una giuria di esperti e panel alla cieca, ha scelto il Segretario di Stato di Poli Distillerie come miglior whisky italiano. È un riconoscimento internazionale, assegnato con punteggi in centesimi secondo una prassi consolidata nelle competizioni di settore. Il dato che conta è semplice: tra i campioni italiani valutati, questo whisky veneto è emerso davanti agli altri.
Il contesto non è improvvisato. Poli Distillerie lavora dal 1898 a Schiavon, nel Vicentino, a pochi chilometri da Bassano del Grappa. La casa è nota per gli alambicchi in rame e per una cultura tecnica che mette ordine dove il fuoco tende a straripare. Portare quell’esperienza nel whisky era un passo logico. E i tempi rispettano la legge: nell’Unione Europea un whisky deve maturare almeno tre anni in legno. Qui i rilasci avvengono per lotti, con informazioni puntuali sull’invecchiamento quando disponibili. Dettagli come il tipo di botte (ex vino o ex bourbon) variano tra le edizioni; se non dichiarati, non sono dati certi.
In un bancone di Bassano, una sera d’inverno, un oste mi ha detto: “È un sorso che non finge di essere scozzese”. Aveva ragione. Sa di casa, ma non si appoggia alla nostalgia.
Cosa c’è nel bicchiere
Il calice racconta l’essenziale: orzo maltato, distillazione in alambicco, legno che lavora senza urlare. Le note? Cereale nitido, frutta secca, un tocco di agrume, vaniglia dosata. Niente caramello facile, niente dolcezze forzate. È un profilo asciutto, pulito, con una chiusura che resta sui toni maltati. Se cerchi torba spinta, vai altrove. Se vuoi precisione, qui trovi misura.
Il segnale per il mercato è chiaro. L’Italia non è più solo un laboratorio curioso. È un luogo in cui il whisky cresce con metodo. Accanto a nomi pionieri nati nell’ultima decade, il Veneto offre una via concreta: piccole tirature, qualità costante, identità. Anche i prezzi, oggi, riflettono la scala artigianale: bottiglie spesso limitate, distribuzione selettiva. Non sempre è facile trovarle; la domanda supera l’offerta. È un buon problema, finché non snatura il progetto.
Un premio non cambia il gusto di un distillato, ma cambia lo sguardo di chi lo avvicina. E allora la domanda è semplice: la prossima volta che pensi al whisky, ti va di lasciare entrare anche la luce fredda di una mattina veneta nel bicchiere? Magari scopri che quell’oro ambrato racconta una strada che conosci già, solo che non l’avevi mai ascoltata così da vicino.